Salta al contenuto principale
x
L'Elaborazione del Lutto

L'Elaborazione del Lutto

Marc Chagall "Ponts sur la Seine" 1954

Il lutto è un evento che tutti quanti prima o poi incontriamo lungo la nostra vita ed è un’esperienza che viene generalmente associata alla perdita di una persona cara (un familiare, un amico, un partner, un collega); in molti approcci psicologici tuttavia con il termine “lutto” (o “micro-lutto”) si identifica talvolta anche una serie di sentimenti e stati mentali derivati da accadimenti generalmente improvvisi o non previsti, che creano sofferenza e che generano un forte impatto emotivo e/o un significativo cambiamento nella vita della persona che li subisce.

L’elaborazione del lutto quindi come processo interiore può essere esteso anche ad altri tipi di esperienze che risultino particolarmente traumatiche per chi le vive: l’interruzione di una relazione, un abbandono, un tradimento, un rifiuto, un fallimento personale o professionale, un percorso di studi non terminato, un licenziamento o un cambiamento lavorativo, il pensionamento, un trasloco, una migrazione, l’allontanamento dal proprio Paese di origine, un incidente invalidante, un intervento chirurgico, un aborto, la perdita di una parte del corpo, la morte di un animale di casa, il termine del ciclo mestruale, l’allontanamento di persone care o il cambiamento obbligato di stili di vita significativi.

L’esperienza dolorosa del distacco e della perdita ci fanno provare sentimenti e stati d’animo quali rabbia, tristezza, senso di ingiustizia, depressione, confusione, dolore, colpa, agitazione: tutte queste emozioni sono connesse non solo alla perdita di una persona o di qualcosa esterno a noi (il lavoro, il denaro, la casa, …), ma anche e soprattutto alla perdita di una parte di noi stessi.

In ambito psicologico si ritiene che per un completo superamento di questo tipo di dolore occorrano almeno 18 mesi, vissuti in un lungo processo che prevede specifiche tappe; un’opera di riferimento per questo tema è "La morte e il morire" della psichiatra svizzera Elisabeth Kubler-Ross (1969) che definisce i cinque passaggi fondamentali chiamati “le cinque fasi di elaborazione del lutto”: Negazione, Rabbia, Negoziazione, Tristezza, Accettazione.
 

L'Elaborazione del Lutto

Renato Guttuso "Ritratto di Anna Magnani" 1960

1. Negazione/Rifiuto. La prima reazione di fronte a un evento estremo come la morte (o uno degli altri eventi indicati sopra) è quasi sempre di incredulità: si tratta di un meccanismo di difesa della psiche e solitamente è di breve durata come risposta iniziale alla perdita, uno stato di shock emotivo totalizzante, che coinvolge completamente la persona. In questa fase prevale generalmente un senso di confusione misto a un certo distacco (inteso come difficoltà a provare emozioni, una sorta di “strana” neutralità di fronte all’accaduto) e a una profonda sensazione di vuoto.

2. Rabbia. Il carico di dolore in un secondo momento può provocare una reazione di risentimento verso se stessi o persone vicine (per non essere riusciti a impedire quanto accaduto) o persino verso la stessa persona defunta (per come se n’è andata, per quello che ci costringe a vivere, per quello che lascia in sospeso): si può vivere un periodo più o meno lungo di rancore/risentimento misto ad abbattimento, costernazione, inibizione, astenia o a un’iperattività paradossale e difensiva. In questa fase si è inondati da reazioni emotive forti e profonde, permeate da un senso di solitudine e tristezza, disperazione, nostalgia, paura, angoscia, rabbia, rancore, rimpianti e sensi di colpa di essere vivi mentre l’altro non lo è più.

Si parla in questa fase anche della “sindrome dell’if only (se solo)”: “se solo avessi aspettato, se solo mi fossi rivolta a quella persona o istituto, se solo avessi saputo, se solo avessi avuto coraggio…”. Spesso è presente la sensazione di aver sbagliato qualcosa, il desiderio di tornare indietro e provare a modificare il corso degli eventi.

L’effetto deleterio si fa ancora più massivo se accompagnato da un senso di vergogna vissuto nel silenzio: la vergogna spesso è connessa a un dolore nascosto che si riferisce a situazioni particolari dove vi è minore consenso sociale, culturale e morale ad esprimere il dolore, quali un aborto, un licenziamento, un fallimento.
 

L'Elaborazione del Lutto

Giotto – Cappella degli Scrovegni (1303-1305)

3. Negoziazione. In questa fase si tenta di reagire alla rabbia e al dolore trovando spiegazioni razionali all'evento, ad esempio che la persona amata abbia smesso di soffrire. Durante questa fase risulta ancora difficile accettare la perdita ma si inizia a consapevolizzare l’evento accaduto verso una possibile riorganizzazione, dei pensieri, delle azioni e delle cose, che via via sia in grado di tenere in considerazione il vero, ossia il lutto, con la carica di angoscia che ne deriva. Anche quando tale riorganizzazione avrà raggiunto il suo termine, essa non cancellerà, cosa impossibile, la perdita vissuta ma, molto probabilmente permetterà a chi vive il lutto di raggiungere uno stato di benessere in parte ritrovato e che sarà il risultato del processo di elaborazione del lutto.

4. Tristezza. Dopo la negoziazione e l’accettazione a livello mentale, arriva il momento della resa, dell'accettazione emotiva e del dolore intimo: la tristezza è un’emozione necessaria per poter comprendere davvero la perdita, è un’emozione che aiuta a connettersi con quanto successo e a cominciare pian piano a superare il dolore, e questa fase va vissuta senza giudicarsi o giustificarsi, va consentita pienamente.

5. Accettazione. Nell’ultima fase si prende atto di quanto è successo per poi riconciliarsi con la realtà, fare pace con se stessi e ricominciare a vivere: aver elaborato quanto questa dolorosa esperienza ha significato per noi, quanto ha contribuito a formarci e quanto siamo riusciti ad integrarla permette di trovare la forza di investire nuovamente nella vita. Questo delicato passaggio ha il potere di sciogliere un blocco emotivo e consente di raggiungere la libertà di lasciare andare la persona amata e/o l’esperienza traumatica.

L’elaborazione di una perdita non è un cammino prevedibile è un vero e proprio Viaggio attraverso le varie fasi che lo compongono e, in quanto esperienza complessa, ognuno la vive in modo personale e con i propri tempi.
 

L'Elaborazione del Lutto

Frida Kalo – Le due Frida, 1939

Rispettare le tappe e i tempi individuali, ci permette di apprezzare al meglio il dono della vita e di avvicinarci alla consapevolezza di quanto è importante vivere pienamente ogni esperienza che, se non sufficientemente elaborata, può durare per molto tempo ed essere talmente presente ed invasiva da impedire ogni progetto di felicità.

Cercare di dimenticare, adoperarsi per “superare” senza rispettarne le tappe, favorisce quello che viene chiamato "effetto Zeigarnik", ossia tutto ciò che non è compiuto, non viene dimenticato ma permane come un chiodo fisso nella nostra mente e continua ad essere presente anche se ci sforziamo di continuare come prima. Quanto più si elabora tanto più si riesce ad uscire agevolmente dal lutto che non significa dimenticare ma collocare gli avvenimenti e le emozioni dentro di noi in modo da continuare la nostra vita il più possibile serena e armonica. Senza questa elaborazione non smettiamo di considerare inaccettabile ciò che ci è accaduto.

È un processo che richiede molto coraggio, in controtendenza alle pressioni sociali che ci espongono continuamente a modelli performanti di giovinezza, bellezza, successo, considerano la morte, la separazione e gli eventi traumatici come un tabù da vivere in modo riservato, in silenzio e da cui “riprendersi” velocemente. Manifestare fragilità e commozione spesso – soprattutto nell’ambito professionale – è segno di debolezza, è importante mostrarsi forti, riprendere subito le attività e andare avanti anche se dentro si sta malissimo.

È difficile fermarsi, trovare gli spazi per “stare con il proprio dolore”. La nostra cultura ci insegna a vincere ma non a perdere e ciò non ci prepara alla inevitabile successione di cambiamenti e perdite. Kurt Lewin ci invita a riflettere sul senso precario della vita che quasi mai è statica ma in “precario equilibrio”: relazioni, avvenimenti, salute, benessere vanno ritrovati e riequilibrati ogni volta.
 

L'Elaborazione del Lutto

 Edvard Munch – Melancholy 1891

Il benessere lo si ritrova solo dopo aver esplorato e vissuto tutte le emozioni dolorose: se il dolore viene respinto, si può avere una sensazione illusoria di aver superato il trauma ma si tratta spesso di una situazione precaria che riemerge di fronte a un ulteriore evento che riattiva quelle specifiche emozioni.

Alice Miller, psicologa, psicoanalista e saggista svizzera, sottolinea l’esistenza e il funzionamento di tali meccanismi interiori che ci portano a stabilizzarci nella sofferenza o nella negazione di tale sofferenza; secondo la Psicogenealogia questi “non compiuti” inoltre si ripresentano nei discendenti, i quali tramite la lealtà familiare invisibile tendono a rivivere sui loro corpi l’evento traumatico alla stessa età e/o a replicare situazioni analoghe (“sindrome da anniversario”).

In Psicogenealogia questo aspetto è chiaramente identificabile in quegli irretimenti che non ci permettono di essere felici più di chi, nella nostra famiglia, è stato infelice: se ci sono delle morti non elaborate o vissute con grande dolore nei livelli precedenti del nostro albero genealogico, difficilmente ci permetteremo di stare bene, di avere relazioni appaganti o successo nella nostra professione.

In questo caso elaborare il lutto significa sciogliere gli irretimenti, riconoscere chi non c’è più e ridargli il giusto posto, reintegrarlo nella famiglia e restituire il carico di sofferenza e il peso del suo destino per poi lasciar andare il dolore e la sofferenza: in questo modo la memoria di chi non c’è più non viene taciuta, non diventa assenza e non rimane nel campo familiare come trauma irrisolto per generazioni, ma si trasforma in riconoscimento di amore, restituzione di dignità e di appartenenza.
 

L'Elaborazione del Lutto

Gustav Klimt - L'albero della vita - 1905-1909

 Articolo a cura di Tulsi Serena Baroni