La Danza Movimento Terapia



 

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Sin dalle sue origini, la danza è stato un vero e proprio linguaggio, un modo per manifestare emozioni collettive, per comunicare con le forze naturali e soprannaturali, per celebrare i momenti memorabili e solenni dell’esistenza.
 
La danza è ponte tra corpo e anima, tra interiore ed esteriore, tra emozione e gesto: talvolta accompagnata da forme di espressione sonora, rappresenta inoltre una delle prime manifestazioni della vita sociale, un modo per stabilire un contatto e per entrare in sintonia con gli altri membri del gruppo.
 
La danza nasce come reazione spontanea del singolo individuo ad accadimenti gioiosi o tristi del vivere quotidiano, come l’uccisione di una preda o la morte di un membro del clan familiare; nelle società primitive poi la ritualità divenne una sua precipua dimensione, danzare e compiere un rito coincidevano persino linguisticamente.
 
Tanto nella storia dell'umanità, quanto nella storia dell'individuo, è attraverso il corpo, i gesti, le danze rituali, che l'essere umano comincia ad esprimersi e a comunicare, a conoscere se stesso e l'ambiente che lo circonda: rivolgere la nostra attenzione consapevole alla fisicità delle emozioni ci avvicina al nostro primo modo di essere nel mondo.
 

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All'inizio della vita la realtà viene esperita prevalentemente attraverso un insieme di sensazioni corporee che non sono organizzate, ed è, come sappiamo, attraverso il contatto fisico con l’adulto accudente (che di solito coincide con la madre) che il bambino comincia a fare esperienza di sé.
 
Da un punto di vista evolutivo, il linguaggio verbale è preceduto dalle percezioni fisiche, emozioni e movimenti del corpo: mentre il pensiero ed il linguaggio verbale evolvono, il contatto con il nostro percepire, sentire ed immaginare tende a ridursi, perdendo così l'unità di corpo e psiche.
 
Tale processo è stato assecondato per secoli dalla cultura meccanicistica cartesiana-newtoniana che ha posto a un livello superiore la mente e il controllo della ragione a discapito del corpo, luogo di memoria dell’esperienza emozionale: nella coscienza collettiva occidentale l'esasperazione della metodologia scientifica fondata esclusivamente sulla misurabilità dei fenomeni,  è divenuta tale da produrre in alcuni, e nei più svariati campi del sapere, la necessità di ricercare attraverso diversi e nuovi punti di osservazione il senso e il valore dell'unità.
 
Il crescente divario tra mente e corpo, tra uomo e natura, tra sentimento e ragione, la sempre maggiore difficoltà a dare vita ad una genuina attività immaginativa, la separazione tra le cose, hanno stimolato la necessità di un recupero: è proprio in questo ambito che si colloca la nascita della Danza Movimento Terapia.
 

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La DMT (Danza Movimento Terapia) è una disciplina che s’inserisce nelle artiterapie e nelle terapie espressive e corporee, trovando le sue radici storiche intorno al 1940 negli Stati Uniti: saranno alcune danzatrici moderne, ovvero delle artiste, a smarcarsi dal sapere accademico elitario e sperimentare su di sé e in seguito sugli altri, il potere espressivo e comunicativo della danza.
 
Marian Chace e Trudy Schoop sono considerate le pioniere della Danza Movimento Terapia:  la Chace, attraverso la sua grande esperienza di danzatrice e d’insegnante, scopre e sperimenta la spontaneità del linguaggio del corpo come straordinaria risorsa comunicativa e terapeutica, lavorando (negli anni ‘40 a Washington) ad un progetto educativo e riabilitativo in ambito psichiatrico.
 
Trudy Schoop, nata a Zurigo ma naturalizzata statunitense, inizia la sua carriera come danzatrice classica e moderna, formata con un’allieva di Isadora Duncan; successivamente si dedica ad elaborare una strategia d’intervento dove è imprescindibile il binomio corpo-mente attraverso un approccio esclusivamente artistico, senza riferimento al alcuna teoria psicologica.
 
Il potere terapeutico della danza, proposta dalle due danzatrici, ha sede proprio nella catarsi liberatoria del movimento spontaneol'immaginazione attiva attraverso la danza ed il movimento, che affonda le sue radici nell'orientamento junghiano, si è sviluppata a partire dai primi anni Sessanta negli Stati Uniti d'America, in seguito all'incontro tra la danzamovimento terapia e la psicologia del profondo, nella persona di Mary Stark Whitehouse. Jane Chorodow, danzatrice, analista junghiana e allieva della Whitehouse, svilupperà ulteriormente il potenziale del movimento libero.
 

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Un’altra figura di riferimento è Anna Halpin che nel metodo unisce la sua esperienza di danzatrice moderna all’utilizzo del mito in chiave junghiana: secondo questa artista, tutti possono danzare ed esprimere la propria creatività e trovare nella fusione arte-vita la fonte della propria guarigione.

 

Anche in Europa, Rudolf Laban (ballerino e coreografo) offre uno strumento importante di analisi del movimento che viene poi sviluppato da Judith Kestemberg, neuropsichiatra e psicanalista infantile, con una passione per la danza, che mette in relazione l’analisi del movimento con le tappe dello sviluppo psicoaffettivo del bambino.

 

Questi orientamenti di ricerca sono in profonda sintonia con quanto Jung aveva scritto già molti anni prima, basti pensare agli studi sull'alchimia, al concetto di inconscio collettivo, all'immagine del Sé o al principio di sincronicità: Jung asserisce che ogni cambiamento non va inteso in senso statico, in quanto: «il fluire costante della vita esige un adattamento sempre rinnovato».

 

Lo scendere ed il salire nella dimensione verticale, l'andare avanti e indietro nella dimensione sagittale, l'aprirsi e il chiudersi nella dimensione orizzontale fanno parte della dinamicità della vita; muovendosi tra queste polarità è possibile cogliere ed accettare il senso del Sé e il processo di differenziazione psicologica può proseguire permettendo che sia la coscienza che l'inconscio possano essere l'uno l'interlocutore dell'altro.

 

 

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Il movimento del corpo può divenire parte del territorio intermedio che permette di contenere ed esprimere vitalmente la tensione tra gli opposti, potendo svolgere una funzione di relazione nell'ambito della comunicazione intrapsichica: l'espressione corporea può diventare ciò che collega, ciò che crea connessioni.



C.G. Jung mostrò profondo interesse per la danza e per il movimento che definì immaginazione attiva dato che, secondo lui, rende manifesto l’inesprimibile che è in noi: si potrebbe anche dire che permettendo all' lo di danzare con le immagini inconsce o di essere danzato da esse, sperimentiamo l'essenza stessa della materia che secondo alcune teorie della fisica è il movimento.
 
Fritjof Capra afferma: «La fisica moderna non raffigura dunque affatto la materia come passiva e inerte ma come impegnata in un continuo moto di danze e vibrazioni i cui modelli ritmici sono determinati dalle configurazioni molecolari, atomiche e nucleari»
 
Il coinvolgimento corporeo ci può dunque riportare molto indietro nel tempo, ma anche molto avanti, nel liberare nuove energie ci permette di anticipare cambiamenti futuri: avendo fiducia nell'intuizione del corpo esso potrà condurci in modo sapiente e creativo nell’esplorazione delle nostre istanze e di noi in relazione con il mondo.
Articolo a cura di Tulsi Serena Baroni

 

 

Per ulteriori approfondimenti, ecco alcuni testi di riferimento, consultati per la redazione di questo articolo: 

 

  • Vincenzo Bellia, Danzare le origini. I fondamenti della danzoterapia espressivo relazionale. Ed Magi
  • F. Capra (1975), Il tao della fisica, Milano, Adelphi, 1989
  • F. Capra (1982), II punto di svolta, Milano, Feltrinelli, 1987,
  • M.S. Whitehouse,«Phisical movement and personality», Conferenza tenuta presso il Club di Psicologia Analitica di Los Angeles nel 1965,
  • C. Sachs, Storia della danza. Il Saggiatore 1980.
  • C.G. Jung (1916-1958), «La funzione trascendente», in Opere, Vol. 8, Torino, 

    Boringhieri, 1980.

 

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